La Mafia Calabrese vuole uccidere Papa Francesco ?

mafia e vaticano

Cari lettori è da molto tempo che leggo di intrecci tra Vaticano e Mafia e specialmente dopo l’avvento dell’ultimo Papa Francesco mi sono chiesto che tipo di rapporti dovranno avere oggi le due superpotenze della criminalità organizzata ovvero : Le Mafie italiane e la Chiesa Cattolica con il suo Boss Papa Francesco.

E’ per questo che voglio commentare assieme a voi un articolo a riguardo, buona lettura.

Papa Francesco è un ingombro per la ‘ndrangheta. E per le mafie che da decenni intrattengono rapporti di affari e di complicità con il Vaticano e con alcuni ambienti della Chiesa cattolica che hanno usato lo Ior, le diocesi e altri canali di istituzioni religiose per muovere denaro, investire, fare affari di ogni tipo. Grazie anche a legami con la massoneria.

Così le nuove cosche starebbero studiando il modo di sbarazzarsi del pontefice scomodo, che ha intrapreso una radicale opera di pulizia della Curia e di ciò che ruota attorno ai Sacri Palazzi. Lo sostiene il magistrato Nicola Gratteri, nel suo ultimo libro Acqua Santissima (Mondadori), scritto insieme col giornalista Antonio Nicaso.

Il regno di Marcinkus.

 Il legame tra ambienti vaticani e criminalità organizzata non è certo cosa nuova. Negli Anni 70 e 80 parve rafforzarsi. O forse si limitò a venire alla luce grazie agli scandali legati alla gestione dello Ior, la banca vaticana, sotto il regno del cardinale Paul Marcinkus (presidente dell’istituto dal 1971 al 1989), prelato americano spregiudicato che, sebbene indagato dalla magistratura italiana, il Vaticano protesse entro le sue mura, assicurandogli immunità dalla giustizia e permettendogli di finire i suoi giorni in una parrocchia negli Stati Uniti, al riparo da ogni richiesta di estradizione.
GLI AFFARI DI SINDONA E CALVI. Dentro lo Ior in quegli anni passavano i soldi e gli affari di Guido Calvi e Michele Sindona, i due faccendieri protagonisti delle enormi truffe legate al Banco Ambrosiano.
IL LEGAME CON GELLI. Ma Marcinkus e i suoi compari ebbero rapporti strettissimi anche con Licio Gelli, il venerabile maestro della loggia massonica P2, coacervo di politici, militari, finanzieri e criminali italiani ma non solo. Calvi e Sindona morirono poi in maniere ancora oggi oscure.
Questo intrico di malaffare prolificò sotto il papato di Paolo VI (1963-1978): uomo di gran fede e onestà, ma forse incapace di comprendere e di intervenire per estirpare l’erba velenosa che tra la Curia e le banche, grazie al lavoro di mafia e P2, fece dello Ior il vero centro motore della finanza sporca che infettava l’Italia in quegli anni.
Né la Chiesa né, in fondo, le autorità italiane hanno mai voluto mettere le mani fino in fondo in quel marciume economico cresciuto all’ombra delle cattedrali. Anche perché troppi nomi importanti vi erano in qualche modo invischiati.
I 33 GIORNI DI LUCIANI. Nel 1978, con la morte di papa Montini e l’ascesa al soglio di Giovanni Paolo I qualcosa sembrò cambiare. Ma il pontificato di Luciani fu troppo breve, appena 33 giorni, tra l’altro vissuti all’ombra del segretario di Stato Jean Villot, cardinale francese disinvolto, uomo di potere ben conscio del ruolo dello Ior e di numerosi prelati nel gioco sporco tra fraccendieri, mafiosi, massoni e porporati.
Papa Luciani morì in fretta, dopo aver confidato ai suoi collaboratori più stretti il desiderio di ripulire il Vaticano da questi maleodoranti intrecci.
È fresca l’uscita di scena del banchiere Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior (che guidava dal 2009) avvenuta praticamente a cavallo tra la rinuncia al soglio da parte di Benedetto XVI e l’elezione di Bergoglio che in questi mesi sta agendo con mano ferma e senza fare sconti per ripulire e riformare la banca vaticana.
LA POLEMICA SULLA GESTIONE. Gotti Tedeschi è entrato in collisione con la Curia con la quale sono volate accuse incrociate circa la gestione dell’istituto. Polemiche provocate dall’apertura di alcune indagini in Italia che dimostrano come lo Ior sia negli anni divenuto anche una lavanderia di denaro frutto delle imprese di cosa nostra e ‘ndrangheta, oltre che di finanzieri disposti a tutto pur di arricchire sempre più se stessi e i loro complici, per acquisire un potere sempre più ampio nei confronti delle istituzioni italiane.
FEDE CRIMINALE. Nel suo libro, tra l’altro, Gratteri conferma che quasi tutti i membri delle cosche calabresi e siciliane ostentano una grande fede, con offerte alla Chiesa, partecipazione a cerimonie pubbliche e private, e talvolta con regali e scambi imbarazzanti con parroci e, persino, qualche vescovo del Sud.
Sarebbe il boss Matteo Messina Denaro il tessitore di gran parte di queste trame che a volte vengono alla luce, illuminate da pentiti o investigatori capaci, ma che spesso restano sotterranee, con conti in banca intestati a insospettabili religiosi ma in realtà gestiti da pezzi grossi dei clan.
Giovanni Paolo II e la Banda della Magliana
Ma è stato il pontificato di Giovanni Paolo II il momento più fertile per questi intrecci criminali. Il papa polacco era così preoccupato dall’ansia di abbattere il comunismo prima, e di portare la fede in giro per il mondo poi, da non riservare nemmeno un pizzico del suo tempo all’opera di pulizia dentro lo Ior e dintorni.
IL RAPIMENTO ORLANDI. Anzi, sotto il regno di Wojtyla, ci fu il rapimento di Emanuela Orlandi, la figlia di un usciere vaticano sparita a Roma e mai più ritrovata. Poco ancor oggi si sa del caso, ma è ormai noto come diversi preti e monsignori intrattenessero ottimi rapporti col boss romano Enrico De Pedis, noto al crimine come Renatino, il quale ha avuto persino l’onore della sepoltura nella chiesa capitolina di Sant’Apollinare: un privilegio negato ai comuni mortali eppure concesso al capo della banda della Magliana (tra l’altro il 13 novembre la Guardia di Finanza ha sequestrato a Ernesto Diotallevi un malloppo di oltre 2,5 milioni di euro, Ricordo che Diotallevi era un Boss della Banda della magliana ) considerato dai sacerdoti di Sant’Apollinare come un benefattore. Renatino donò molto denaro alla Chiesa, certo con un tornaconto. Come le difficili indagini sulla sparizione di Emanuela Orlandi stanno in questi mesi chiarendo.

La rivoluzione di Bergoglio

L’errore di papa Luciani fu probabilmente quello di annunciare la sua volontà di far pulizia prima ancora di cominciarla: e non ebbe il tempo di muovere alcun passo. Papa Francesco sta invece agendo con fermezza ed efficacia, senza dar modo ad alcuno, nella Curia e fuori, di mettergli per ora un freno. Ma il compito del pontefice argentino è arduo: troppi ancora gli intrecci attivi ed è per questo che ora Gratteri, esperto di indagini sulle mafie, teme per la vita del pontefice.

Sono solo Complotti o leggende metropolitane ?

Forse … oppure no …

Massimo

Massimo
Massimo

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